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#spoletocinemaalcentro: Programma dal 9 al 13 febbraio

09/02/2018 | Marisa Alunni

  

Candidato a 2 Premi Oscar 2018: Miglior Film e 

Migliore attrice protagonista (Meryl Streep) 

6 Nonimation ai Golden Globes 2018 

Miglior film dell'anno secondo L'AFI (American Film Institute)

 il National Board of Review e New York Film Critics.

 

 T H E  P O S T 

un film di Steven Spielberg

con Meryl Streep e Tom Hanks

Immagine incorporata 2

 

 

ORARI DI PROIEZIONE

Venerdì 9 - 16:30 / 18:30 / 21:30

Sabato 10 - 16:30 / 21:30

Domenica 11 - 16:30 / 18:30 / 21:30

Lunedì 12 - 16:30 / 18:30 / 21:30

Martedì 13 - 16:30 / 18:30 / 21:30

 

 


"Quando si dà finalmente il via libera alla stampa e le rotative si mettono in funzione, la redazione del Washington Post è scossa da un fremito, da cima a fondo. È come un terremoto. Segno della forza destabilizzante delle notizie che sconquassano le difese potere o l’ironica evidenza della pesantezza preistorica delle vecchie macchine? Di sicuro, per Ben Bagdikian, il reporter che è riuscito a mettere le mani sui “Pentagon papers”, tutto quel trambusto è liberatorio. Vuol dire, finalmente, qualcosa di concreto, materiale, un’idea che si fa azione, riaffermazione di un diritto, nonostante si combatta per concetti sfuggenti, giustizia, verità, libertà… Sì, le notizie, tempo addietro, avevano un peso specifico, dato dal prodotto tra i milligrammi di carta, i fiumi di inchiostro e dal rapporto tra l’affermazione luminosa dei principi e la profondità delle tenebre in cui si penetrava. Vale ancora oggi che le strutture si sono snellite (quasi al punto da scomparire) e tutto vola senza peso da un capo all’altro del mondo?

the post2La domanda è oziosa, in questo caso. Perché The Post parla di giornalismo più in termini teorici, ideali che pratici, nonostante scorra tra le immagini una sottile nostalgia per quelle redazioni fumose e frenetiche, in cui il telefono squillava in continuazione e si faceva il giro dei contatti. Spielberg si affida alla sceneggiatura di Liz Hannah e di un esperto del “settore”, Josh Singer (West WingIl caso SpotlightIl quinto potere, sul caso Assange, a proposito di…) e affronta uno dei grandi scandali della politica americana. I Pentagon Papers, il dossier commissionato dal Segretario alla Difesa Robert McNamara “a beneficio degli storici futuri” che ripercorre la posizione e la strategia degli Stati Uniti nei confronti del Vietnam, a partire dai tempi non sospetti della presidenza Eisenhower. Un reduce e analista militare, Daniel Ellsberg trafuga le 7000 pagine del dossier e si rivolge a un reporter del New York Times, Neil Sheehan, da sempre impegnato a raccontare i lati oscuri della guerra in Vietnam. È il primo momento saliente di una grande battaglia, una guerra senza quartiere tra la Casa Bianca e la stampa. The Post, però, non sta sullo scoop giornalistico, non è incentrato su un’inchiesta condotta sulle linee febbrili del tempo e del pericolo. In questo senso, è come se l’aspetto thrilling si consumasse interamente nei primi minuti: gli elicotteri sul campo di battaglia, il Vietnam, Daniel Ellsberg che trafuga e fotocopia il dossier, le prime azioni di guerriglia informativa da parte dei giovani attivisti… Stop. Il resto è Storia, ma rimane al di fuori dalle immagini di Spielberg, sta sullo sfondo, come una specie di contesto appena sfumato in matte painting, richiamato e materializzato dalle parole – i dialoghi – piuttosto che dall’evidenza delle azioni. Si parte, invece, dalla seconda linea, dalla redazione del Washington Post, sino a quel momento un giornale sostanzialmente al di fuori dei grandi dibattiti, nonostante i legami politici dell’editrice Kay Graham e del direttore Ben Bradlee: Kennedy, Johnson, spiccate posizioni democratiche, ma un’eccessiva confidenza con il potere, una zavorra inestricabile per una testata che ha grandi ambizioni… Ed è come se, in qualche modo, il film, sulla pelle della sua forma e nella carne della sua struttura narrativa, si facesse carico di questa zavorra e  mostrasse quasi la stessa pesantezza fragorosa della rotativa in funzione. Tanto da apparire ingolfato, addirittura smarrito nella medesima impasse in cui si ritrovano Kay Graham e la redazione prima della decisione definitiva e del dado tratto, a rischio del fallimento. Ed è qui, nell’asfissia di un’immagine chiusa tra quattro pareti, che viene in soccorso la parola, la fede smisurata dell’ultimo Spielberg, quei dialoghi che tessono la maglie stringenti del ragionamento e designano l’orizzonte morale di questo cinema platonico. Ecco, la questione centrale del film, dall’inchiesta iniziale, la sporca guerra, i segreti di Stato, si sposta sull’autonomia e la libertà della stampa, diventa un problema “costituzionale”, sui cardini della democrazia e i limiti del potere. E sembra tornare al tassello iniziale di un’ipotetica e ideale storia del cinema scritta sulle pagine del Post, gli ultimi istanti di The Conspirator, con Frederick Aiken che esce di scena per entrare nel giornale, e combattere per tutte le Mary Surratt impiccate dalla ragion di Stato. Era un film di Redford, non a caso. E già c’era lo spettro demoniaco di questo Nixon che Spielberg mostra solo di spalle, dietro le finestre della White House, la voce metallica al telefono che preannuncia vendetta, come un cattivo da cinecomics che promette un sequel di fuoco e sangue, le ombre che si allungano sulla porta del Watergate, fino magari all’oscurità dei giorni nostri…

THE POSTAnche la minaccia passa per la parola. Ed è un diritto alla parola quello che riafferma Katherine Graham, contro i suoi soci e consiglieri che vogliono stringerla all’angolo, contro le pressioni di parte, le intimazioni dei giudici, le paure degli avvocati. Una semplice parola – pronunciata da una fantastica Meryl Streep che sembra voler smorzare gli applausi ancor prima di sentirli – con cui la donna si smarca non tanto dalla sua condizione femminile, quanto dalla comoda acquiescenza della sua posizione di privilegio, dal mutismo della connivenza, dal timore degli affetti e dal cappio dei ricordi. Ecco, tutto è parola, come le storie raccontate da Lincoln che seminava i miti per il tempo a venire, come gli accordi negoziati da James Donovan, da un capo all’altro del Ponte delle spie. Perché in principio era il logos. E il dialogo fonda e regge la democrazia, le possibilità di convivenza, degli incontri ravvicinati di ogni tipo. Così come i racconti reggono il cinema e l’architrave della Terra. A prescindere che si dicano verità o si sognino utopie, la parola sposta il mondo."

Recensione di Aldo Spinello - SENTIERI SELVAGGI


 
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